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Riciclo: un futuro su cui lavorare

by in News 29 Gennaio 2021

UN PO’ DI NUMERI

Già dal 2018, più della metà delle vendite di capi d’abbigliamento e calzature ha origine al di fuori di Europa e Nord America. Le principali fonti di produzione sono prevalentemente Asia-Pacifico e Latino-America (con una forte prevalenza della prima area geografica).

I dati sono decisamente eloquenti:

– 2011: 60 % Europa / Nord America – 40 % Resto del Mondo

– 2019: 45 % Europa / Nord America  –  55 % Resto del Mondo

– 2025 (forecast): 40 % Europa / Nord America – 60 % Resto del Mondo

Un’altra tendenza è quella relativa al numero di volte che un capo d’abbigliamento viene indossato: diminuzione di circa il 36 %.

Infine, il poliestere ha preso il posto del cotone, tra le materie prime maggiormente utilizzate. Tutta questa situazione ha portato ad uno scenario che inizia a diventare sempre meno gestibile e sempre più preoccupante.

QUAL E’ IL VERO PROBLEMA?

Iniziamo a considerare la problematica legata al riciclo. I prodotti composti da 100 % poliestere (auguriamoci che siano 100 % poliestere riciclato, ma purtroppo, siamo ancora nell’orbita dei sogni utopici…) sono relativamente semplici da riciclare. Il problema nasce quando le fibre sintetiche sono utilizzate insieme a fibre naturali: qui, purtroppo, le due componenti non sono oggi separabili a basso costo. In alcuni casi, il processo di riciclo diventa antieconomico rispetto all’acquisto di nuovo materiale vergine.

L’aumento dei capi d’abbigliamento acquistati (di bassa qualità) non riciclabili, porta ad un drastico aumento di materiale che si accumula nelle discariche. Materiali però, come abbiamo visto, che vengono semplicemente inceneriti e non riutilizzati. Attualmente, circa il 70 % degli indumenti usati raccolti è riutilizzato, il 25 % si trasforma in fibra e filati mentre, il 5 % finisce nei termovalorizzatori. Letti così, questi numeri non impauriscono nessuno, anzi. Ma la realtà è ben diversa…

E I CAPI NON RICICLATI?

Nei Paesi a forte consumismo, la maggior parte degli indumenti a fine vita viene gettato insieme ai rifiuti domestici, arrivando dunque direttamente alle discariche. Nei Paesi dell’Unione Europea è quello che succede a più dell’ 80 % degli abiti. Proviamo ad immaginare, a questo punto, di quale valore assumono questi numeri. La nuova direttiva sull’ economia circolare proposta e firmata dalla Comunità Europea impone a tutti i Paesi la raccolta differenziata del tessile entro il 2025.

BASTERA’ UNA DIRETTIVA?

Sono personalmente dell’idea che non sarà questa direttiva a risolvere la problematica se non ci saranno due supporti fondamentali:

Il drastico cambio di mentalità dei cittadini (ancora oggi, in Italia, in molti Comuni non si esegue una raccolta differenziata degna di questo nome); sensibilizzare ed istruire i cittadini sarà un compito arduo ma imprescindibile;

Aumentare la ricerca nell’ambito delle tecnologie per la separazione dei componenti tessili, a costi accessibili.

A tutto questo si deve ovviamente aggiungere una maggiore consapevolezza dei marchi di abbigliamento e un’adeguata “educazione” dei loro designers: spingiamoli ad una progettazione realmente sostenibile.

Articolo di Ruggero Giavini:
Si definisce un “templare” della sostenibilità ed opera in un’azienda che realizza abbigliamento sportivo, ovviamente in fibre sostenibili.

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