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Fashion Revolution Week: un’occasione per promuovere moda sicura, pulita, consapevole

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“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Mai come in questo caso questo verso di De Andrè si adatta bene ad una situazione.

Parliamo del “Fashion Revolution“, un’iniziativa molto particolare che sta per compiersi in tutto il mondo. Di cosa si tratta?

Il motto della campagna è “Who made my clothes?” (“Chi ha realizzato i miei vestiti?”). Un’iniziativa che mira alla consapevolezza, alla “giustizia”. Sul sito ufficiale si legge: “Il 24 Aprile 2013 quando il rana Plaza ha collassato 1134 persone sono rimaste uccise e oltre 2500 ferite. Crediamo sia un numero di perdite troppo alto per un giorno solo. Ecco perchè è nata la Fashion Revolution. Noi crediamo che la moda possa essere creata in condizioni sicure, pulite e ottimali, dove tutto sia valutato equamente, la creatività, la qualità, l’ambiente e le persone. Dal 18 al 24 Aprile il Fashion Revolution Week porterà persone di tutto il mondo a condividere il potere della moda per cambiare la storia di chi si occupa di abbigliamento e accessori. Lo scorso anno, in oltre 70 Paesi nel mondo, decine di migliaia di persone hanno preso parte al Fashion Revolution Day. Abbiamo chiesto ai marchi trasparenza sulla produzione degli abiti, ci interessa che le cose vadano meglio per chi crea i nostri vestiti. Quest’anno vogliamo farlo ancora più in grande. Unisciti a noi per il Fashion Revolution Week. Vogliamo ringraziare i “makers”, vogliamo vestiti da indossare di cui essere fieri.”

Probabilmente non tutti ricorderanno l’evento motore di questa iniziativa: il 24 Aprile 2013 il Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani, è crollato nella capitale del Bangladesh.

Nessuna guerra, nessun attentato, nessun kamikaze: soltanto condizioni di lavoro da schiavitù.

Sono in pochi a ricordarlo, a soli tre anni di distanza, eppure è considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile e il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia moderna.

L’edificio conteneva alcune fabbriche di abbigliamento operanti anche per grandi marchi, come Auchan, Walmart, Benetton, una banca, appartamenti e numerosi shop.

In effetti vennero notate delle crepe  nei muri, per cui i negozi e la banca vennero chiusi, ma l’avviso di evitare di utilizzare lo stabile fu ignorato dai proprietari delle fabbriche che intimarono ai dipendenti di recarsi al lavoro il giorno successivo, pena la decurtazione dello stipendio. Moltissimi lavoratori, così, il mattino seguente sono andati a lavoro per non fare più ritorno a casa. Tra le vittime moltissime donne e bambini, ospitati negli asili nido aziendali.

Il movimento Fashion Revolution si è originato proprio in quel momento, creando speranza, consapevolezza e giustizia nell’intricato mondo della moda.